sabato 20 giugno 2015

Quiete

Che splendore quando, in giorni estivi come questi, scendono pesanti goccioloni. Paiono nastri calati dal cielo per rassicurare chi ne viene generosamente bagnato: com'è in cielo così sia in terra, bisogna solo avere fiducia.

E se arriverà il vento, avrà la forza di spostarci o il potere di farci sentire il nostro limite, e dal nostro limite potremo procedere. Quando siamo costretti a chiudere gli occhi, non dobbiamo girarci e tornare sui nostri passi, o cambiare direzione solo perché quella che stavamo seguendo è diventata troppo faticosa. Dobbiamo invece fermarci, attendere la quiete, e approfittare della fermata per sondare il nostro cuore.



«Lodate il Signore dalla terra,
mostri marini e voi tutti, abissi,
fuoco e grandine, neve e nebbia,
vento di bufera che esegue la sua parola [...]»

(Salmo 148)


domenica 14 giugno 2015

Gallerie

Odiavo le gallerie. E ogni volta che si facevano viaggi tutti insieme appassionatamente in famiglia sembrava si dovessero attraversare delle gallerie.
Le odiavo perché al buio non riuscivo a leggere. Le odiavo perché l'illuminazione discontinua mi metteva a disagio. Le odiavo soprattutto perché interrompevano la musica che passava in radio.

Sfruttavo queste occasioni per esercitarmi nel tenere il tempo. Il gioco è presto spiegato: nella tua testa continui a pensare la canzone che stanno trasmettendo e quando torna il segnale verifichi se ti riallacci con precisione alla canzone oppure no. Io non ci riuscivo mai, quindi insistevo. 

Questi ricordi appartengono ad una vita altra, lontana nel tempo e nello spazio psicologico. 
Ora quando attraverso le gallerie sono io a guidare, e non mi interessa più ricongiungermi con la canzone perché continuo a cantarla se mi piace e ne canto un'altra se non mi piace, e cantando è facile tenere il tempo. E posso cantare perché sempre sono in auto da sola o con persone che cantano insieme a me.

Mi piacciono le gallerie. L'assenza di panorama induce a introiettare qualunque ambiente possibile, e la disconnessione con la stazione radio mi fa sentire a casa. In fondo la mia vita è fatta di comunicazioni interrotte e riprese a distanza di tempo senza che nel mezzo la trasmissione si fermi. Perché se continui a vivere non puoi smettere di trasmettere, anche quando le circostanze interrompono la ricezione. 
Ma se ti fermi, spiazzato dall'interruzione, non uscirai mai dalla galleria, e non ci sarà meraviglia, e non ci sarà una nuova canzone.

mercoledì 10 giugno 2015

Una guida

Partire da zero.
0
Cercare la propria direzione.
ø
Trovarla fuori di sé.
10

Che differenza fa avere una guida.

Come non pensare

Un ronzio, un rumore di fondo, un tappeto di rivolgimenti – vorrei poter spegnere la testa, e non sentirlo più. È il pensiero libero, il pensiero che vaga, e che mi spaventa. Non ha una direzione precisa, non ha un contorno netto, non ha una proporzione. È una massa di grovigli di sospiri e vuoto. Per poterlo ignorare l'unico rimedio è pensare a qualcosa di preciso. Ma la testa va veloce, e bisogna trovare molti pensieri da seguire; per fortuna la matassa è sì molto aggrovigliata, ma anche ricca di fili, e allora ecco che posso scegliere un colore che mi ispira, un filato che richiama la mia attenzione, uno spessore che posso gestire, e inizio a svilupparlo.
Il mio veicolo di espressione è sempre stato e sempre sarà la parola. La parola che è suono, la parola che è segno, la parola che è simbolo, la parola che non sorge da me.
Quelle che rivestono i miei pensieri non sono parole da pronunciare. Se lo facessi, la mia voce tradirebbe i pensieri stessi, perché non sono i miei pensieri. Non li sento miei. Dove nascono i pensieri? E perché io sento di averne troppi, discordanti, spaventosi, vorticanti e violenti? Quando parlo ho due opzioni: o seguo un solo filo lineare, e tengo il più possibile lontane le cascate che lo circondano, o presento immagini la cui sintesi è affidata a chi mi ascolta – se c'è.
E il tempo materiale di definire in parole un pensiero è troppo. Ne sono già sorti molti altri, che hanno perfezionato quello precedente, lo hanno ricollocato, lo hanno direzionato.
Ma ho la testa troppo veloce, e mi accartoccio. Ho bisogno di dare un mio ordine a pensieri che non sento miei e so che non posso farcela da sola.
E vorrei poter godere dei silenzi che mi aiutano, quei silenzi condivisi, quei silenzi che fanno ordine senza che io debba fare nulla, che danno il coraggio di farsi attraversare dai pensieri non propri.

Serve tempo. Serve tempo buono, tempo lungo. Forse l'eternità è l'opportunità che ci viene data per accogliere il pensiero non nostro. E forse l'arte è il mezzo che ci viene offerto per svuotarci del pensiero non nostro, e incontrare l'arte ci aiuta a capire che, almeno nel tempo della contemplazione, possiamo porre a tacere il rumore di fondo del nostro pensiero.

martedì 12 maggio 2015

Decenni

Preparando i documenti per andare in Finlandia con il coro.
Pesco il passaporto dal cassetto.
Lo so, non serve, ma potrei portarlo lo stesso, non si sa mai.

Frusc frusc, certo che ha proprio un bel colore.
Ah no, non è il mio.

Pesco il successivo.
Sì, è il mio – sono l'unica con 'sto faccione in famiglia.

Eh, d'altronde avevo quatt... che? Scusa? Quattordici anni?
Ah già, 2004, viaggio a Fortaleza, lembro.
Scadenza ottobre 2014. Bella Chiara, meno male che non serv...

Aspè. Ottobre? Ma se in Brasile ci siamo andati in estate?



Spaesamento.






WRUUUUUUUUUU – le rotelline girano cercando di svelare l'arcano.






Bam! Parigi! Dovevo andare a Parigi con gli zii!
E la mia faccia è tornata ad essere tonda, con gli occhi sbrilluccicosi, gasatissima più per la Gare d'Orsay che per la Tour Eiffel e innamorata – con tutto l'esuberante e insieme timido innamoramento di cui è capace una quattordicenne vecchia e infantile allo stesso tempo – di quella città che non ha più rimirato dal vivo.

Il primo viaggio in cui ho sentito la mancanza di tempo. Il primo viaggio in cui l'entusiasmo superava qualunque mio malumore (ma sul tempo del Chiabroncio si tornerà in un'altra occasione) e in cui sono stata bene, accompagnata sempre dal passo energico dello zio, dall'attento sguardo della zia e dalla fraterna compagnia di un caro amico.

Sono passati dieci anni e più, e forse è tempo di tornarci. Non a Parigi – beh, anche – ma in quell'entusiasmante senso di scoperta ingenua del mondo, piena di voglia di imparare cose nuove, che con gli anni ha lasciato troppo spazio alla mania di organizzazione e di efficienza.

Finlandia, grazie di darmi questa opportunità!

giovedì 30 ottobre 2014

Con quali strumenti?

Ef 6, 14-17

«State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio.»


mercoledì 15 ottobre 2014

Piccoli orgogli

Da quando sono piccola così (sì, proprio così! Come facevi a saperlo?) mi mangio le unghie. Tra i diversi tic che mi hanno assillato per anni - si sa, sono una persona rilassatissima - il vizio del rosicchiamento unghiarum era quello più fastidioso.
Sì, perché fa male. Ti fanno male i polpastrelli, ti fanno male le pellicine, più le mangi più le mangeresti, se un po' crescono ti danno fastidio e le mangi, se non le mangi le gratti e le grattuggi contro qualunque cosa ti circondi.
Poi, diciamocelo, è orrendo. Stringi la mano a qualcuno e ti vergogni di quei moncherini che ti ritrovi attaccati alle mani, e le mia mani erano già poco graziose e fatinose, figuriamoci! Non c'è fine al peggio.
Inoltre a me piace lo smalto sulle mani con movenze eleganti. Purché sia scuro e senza cincischiate e brillosità. Già le mani mi incantano, soprattutto quelle femminili. Con lo smalto è un disastro. Divento un gattino che segue una pallina da ping pong.

Addirittura da piccola pensavo che se avessi potuto scegliere di cambiare una parte del mio corpo (e capiamoci, non sono certo 'na modella, potevo pensare a qualcosa di meglio) io avrei voluto cambiare le estremità delle mie dita.
Certo, le unghie lunghe (aggettivo che forse dovrei mettere tra virgolette) sono insostenibili. Fanno tic tic tic come i tacchi duri, se suoni il piano o uno strumento a corde - chissà a che strumenti mi accosto, chissà - sono odiose, se fai i mestieri ti impigli in ogni dove. Già graffio le collant coi calli della mano sinistra, figuriamoci con gli artigli.

In ogni caso, chissene, il punto è che sono dieci giorni che non mi mangio i miei artiglietti, li limo da brava, cerco di mettere la crema perché inizia a tirare vento qui (come se quest'estate non ce ne fosse stato abbastanza) e le mie mani iniziano a sembrare normali.
Chi mi conosce non ci crederà, ma fidatevi, è proprio così. Forse ha ragione la mia cara Mag, sono semplicemente «felice e rilassata»... Cioè, forse rilassata non proprio, ma felice sicuramente.
Felicissima.
E ora anche un po' più orgogliosa di qualcosa che per i più può essere una piccolezza, ma che per me è una grande conquista.